appARizioni. Realtà Aumentata, Arte e paesaggio antropologico

Andrea, Gualtiero e Roberto Carraro

Il progetto, realizzato in una prima versione per la APP I ART Madonie, prevede la realizzazione di una serie di opere 3D in realtà aumentata pensate per essere fruite via smartphone e tablet in un’area precisa, costruite per essere vere e proprie emergenze del luogo inteso come paesaggio antropologico.
Si tratta quindi di installazioni artistiche “site specific” che utilizzano l’Augmented Reality per mettere in
atto vere e proprie apparizioni di figure mitologiche postmoderne pensate come genius loci del territorio
delle Madonie.

SCULTURE PICTOMATICHE
Le opere sono “sculture pictomatiche”, generate cioè applicando le funzioni dell’arte universale raccolte
nell’opera “Pictomatica” che Carraro Lab ha presentato alla Biennale di Venezia e a Kassel.
Dopo molti anni, questa ricerca, che ben rappresentava le origini della cultura digitale nel primo network
planetario dell’arte, viene reinterpretata alla scultura in Realtà Aumentata.

La ricerca PICTOMATICA è stata esposta alla XLII Biennale di Venezia nel primo Netwok planetario dell’arte nel 1986 e nell’ambito della mostra “GruppenKunstWerke” a Kassel nel 1987.

Il, Network Planetario dell’arte Ubiqua
alla Biennal di Venezia

PICTOMATICA nasce dall’analisi comparata dei linguaggi artistici di diverse culture in tutti i continenti, che ha portato alla luce sorprendenti analogie, vere e proprie “leggi” universali delle immagini. Di qui l’ipotesi di una “Grammatica” dell’arte universale: un sistema strutturato capace di descrivere i principi e le modalità dell’espressione artistica dell’uomo. Il termine PICTOMATICA indica un inedito campo di ricerca, situato tra il linguaggio artistico della pittura e quello scientifico dell’informatica.

Si tratta di una “Grammatica visiva” incentrata su operazioni simili a quelle dei software di elaborazione
dell’immagine. L’elaborazione digitale delle immagini è un processo tecnologico che può essere descritto come il passaggio dell’immagine da una condizione ad un’altra, attraverso un evento visivo – ma anche logico – che definiamo “operazione pictomatica”. Le operazioni pictomatiche sono i processi che intervengono nella creazione artistica:
l’ingrandimento, la ripetizione, la fusione tra figure, il contrasto tra il chiaro e lo scuro, L’aggiunta, la sottrazione, la moltiplicazione di parti, la colorazione logica, l’animazione figurativa, lo spostamento di una figura, la collocazione di una figura in un contesto…

Siamo di fronte alla “sintassi degli dei”, al meccanismo logico che sta alla base delle genesi delle figure mitologiche, dalla preistoria al mondo greco romano, dalle divinità egizie fino ai santi cristiani. L’applicazione di questi leggi primordiali, tuttora presenti nel linguaggio di massa digitale, ai tematismi delle antropologici Madonie, recuperandone le origini nella mitologia greca, ha generato “sculture pictomatiche” che si presentificano nel paesaggio grazie alla Realtà Aumentata, vere e proprie appARizioni antropologiche.

UNA INSTALLAZIONI SITE SPECIFIC IN REALTA’ AUMENTATA

La singola opera d’arte sarà quindi indissolubilmente legata ad un luogo, da cui trarrà gli elementi estetici e gli attributi. La visualizzazione non vuole essere fatta in un luogo comune, ma in zona liminale, condizione necessaria ad ogni rito di passaggio (riprendendo le testi di Van Gennep, 1960) tra la dimensione cittadina e quella selvatica. L’opera apparirà quindi distante dal quotidiano dell’osservatore, immersa in una radura, vallata o altri luoghi dove le apparizioni hanno luogo nei contesti pastorali di tutto il mondo. In questo senso appARizioni si pone a metà tra l’arte urbana e un ripensamento estetico del paesaggio.
La specificità locale colloca appARizioni al di fuori dei sistemi di riproducibilità tecnica, suggerendo un’idea di opera d’arte come bene unico, avvolto da un’aurea specifica (Benjamin 1936). In tal modo, l’opera digitale sfugge dalle regole consuete del mezzo, rispondendo invece a quelle del luogo materiale, abitando il sistema delle ricche unicità presente nell’area madonita. Lo stesso utilizzo dello smartphone viene capovolto, che da strumento di imposizione spaziale diviene una lente attraverso cui scoprire il mondo materiale, adeguandosi ai suoi ritmi, risultando in un’azione sì individuale, ma in armonia con un più ampio contesto socio-culturale.
Da quest’ultimo, com’è stato precedentemente affermato, si attingono gli elementi fondamentali
dell’opera. Ciò implica che l’apparizione dovrà accennare alle origini antiche del luogo, e potrà raffigurare
divinità precristiane, dalle quali si dovranno evincere anche le pratiche che concorrono a mantenerle in
vita, attraverso espedienti squisitamente postmoderni.
Ad esempio tramite il colore, che sarà quello dello sposalizio tra la terra e gli abitanti del luogo, come il
giallo ambrato del miele di Caltavuturo, o il rosso solare del pomodoro a Valledolmo. I prodotti locali
potranno apparire anche visivamente in un assemblage tra un idolo sacrale ed elementi etnografici.
La sinestesia che questa combinazione provoca non vuole però essere un mero cortocircuito artistico,
piuttosto intende mettere in pratica le più attuali derive dell’antropologia culturale sulle pratiche umane,
dimenticando per un momento la materia intesa chimicamente, ossia per ciò che è, e corrispondere al
modo in cui viene intesa dall’artigiano, ossia per ciò che fa (come sostiene l’antropologo Ingold nel 2013).
L’oggetto digitale, consuetamente inteso come immateriale e riproducibile, diviene un intimo elemento
sensibile, che attraverso la vista, elemento tramite cui l’occidente comprende il mondo, faccia scorgere le
diverse qualità sensibili del luogo, in una commistione tra immagine, simbolo, colore.

CATALOGO DELLE OPERE REALIZZATE PER LE MADONIE

L’Atlante di Alimena

L’Atlante di Alimena regge la furrizza

Sui monti di Alimena appare la figura mitologia di Atlante che regge sulle spalle una furrizza. La Furrizza o ‘U furrizzu” è uno sgabello resistente, leggerissimo, pratico e maneggevole, fatto con la ferula, una pianta
mediterranea che Dioniso utilizzava come bastone rituale. Secondo il mito il titano Atlante sostiene il
mondo come punizione da parte di Zeus, essendosi schiarato con Crono, suo nemico, durante la
Titanomachia. Ribaltando il significato tradizionale, Atlante non sostiene più il mondo bensì regge
faticosamente uno sgabello di ferula, al disopra del quale nessuno si erge. Questa scena, apparentemente
insensata, cela l’essenza stessa del lavoro artigianale, che vede una tensione muscolare tesa alla
realizzazione di un’opera. Le membra in moto devono conciliare da una parte l’idea originaria dell’artefatto, dall’altra il rapporto tra il corpo e il materiale, che a monte di anni d’esperienza può anelare ad una corrispondenza tra uomo e materia.
Queste attività non sostengono da sole l’uomo, semmai devono essere da esso sostenute, rientrando
nell’opera più grande della protezione dei patrimoni materiali ed immateriali.

Giove Melisseo di Caltavuturo

Giove Melisseo e l’ape a Caltavuturo

Le infinite varietà di fiori hanno un unico nettare dal quale sprigionare, tramite il lavorio delle api, il proprio sapore nella bocca dell’uomo.
Così è stato fino a tempo immemore, luogo di miti e divinità arcaiche. Anche per il dio del tuono, padre tra gli dei, l’ape è generatrice del più dolce tra i nutrimenti. Da qui il suo nome “Mellisseo” e la sua
raffigurazione come uomo-ape, talvolta presente nelle sue numerose apparizioni. Le api che nutrirono Zeus furono quelle di Creta, a cui il dio donò il loro colore aureo. Il miele non è soltanto un alimento ma una vera e propria esaltazione dei sapori naturali in un prodotto umano. Per questo la figura “pictomatica” opera una fusione tra ape e Dio, innalzando entrambi ad una sinergia elettiva.

Il bianco tocco dell’amore

Apollo, Dafne e la manna di Castelbuono

Un giovane sembra sfiorare, in posa eroica, un flusso immacolato scaturito dal tronco di un albero. Il getto
è bianco come il colore della manna estratta dal frassino a Castelbuono per scopi culinari e cosmetici. Le
sapienti mani del frassinicoltore intagliano la corteccia dell’albero, dalla cui ferita sgorga, come sangue, la
resina bianca attraverso una tecnica antichissima, tramandata e condivisa all’interno dei nuclei familiari.
Il rapporto tra l’uomo e gli alberi vive nel mito di Apollo e Dafne, in cui il Dio vede la sua amata incarnarsi in un albero. L’amore in questo caso si incarna in tragedia, ed è per sempre interdetto. In un capovolgimento concettuale, l’uomo scalfisce il corpo del frassino per liberarne la preziosa essenza, come fosse il tentativo, da parte di Apollo, di ritrovare la perduta Dafne.

Il genio pastore di Geraci

Il bue di Apollo al Bevaio di Geraci

Il Bevaio di Geraci è una tappa fondamentale della transumanza che spostava le mandrie dalle valli ai rilievi delle Madonie. La transumanza avviene da tempi immemorabili, e si perde nel mito. Quasi calando dall’arco celeste, un bue dorato viene aggiogato dalle esperte mani del dio Apollo, come se volesse difendere i suoi preziosi armenti dall’acume del piccolo Hermes.
Diviso in due parti, l’animale è in bilico tra due luoghi, i pascoli d’alta montagna e le valli. Questi loci sono
anche due stagioni distinte dell’anno, che vedono l’animale spostarsi lungo vaste distanze guidato
dall’uomo, che ne diviene pastore. Uomo e animale sono congiunti nel movimento, dove il camminare
dell’uomo sconfina nel brucare degli armenti. Muovendosi continuamente divengono protagonisti di una
contemplazione continua. Apollo, dio delle arti, incarna in questo caso l’arte del sentire il paesaggio.

Il flauto al lupo

Il suonatore di Gratteri e il lupo

Una composizione dall’aria satirica, vede un lupo a testa in giù guardare con interesse ad un flautista che
regge sul bacino un tamburello. La “tuccata di lupi dujuovi di’ mastri” avviene ad inizio giugno. I maestri di mestiere si aggirano per le vie di Gratteri suonando tamburi per tutto il giorno, come facevano nei secoli passati i cacciatori, per disorientare, spaventare e quindi cacciare i lupi che assediavano il bosco e il paese.
Tecniche di disorientamento della preda sono comuni nell’uomo prima che esso concepisse una propria
Storia, una pratica che significava l’impiego di numerose persone e la coordinazione di gruppo. Il lupo
capovolto, e l’aria sorniona del flautista, ci invitano però a riflettere su di un diverso significato. La relazione contemporanea tra uomo e lupo si è infatti capovolta: Non è più l’uomo a cacciare il lupo, bensì è il lupo ad essere guidato lungo le vie montuose dell’Italia per essere reintrodotto e contribuire alla realizzazione di un ambiente naturale.
Quella che in passato era un’operazione violenta si trasfigura in una marcia trionfale.

Grappolo desiderato

Fauno nei vigneti di Pollina
La viticoltura è una attività millenaria nel mediterraneo; vendemmia e pigiatura sono riti antichi presenti
anche nelle Madonie. I fauni, seguaci di Pan e di Dioniso, sono nella mitologia greco-romana collegati ai riti dionisiaci e al vino. Secondo la sintassi degli dei, la mano e l’uva appaiono macroscopici e divisi dal resto del corpo, in quanto sono l’attributo significante del genius loci. Dioniso osserva il grappolo pieno, con la coppa pronta a contenere il suo prezioso liquido.

La Cerere aurea di Castelverde

Cerere di San Mauro Castelverde

La antichissima dea dei raccolti Cerere appare in mezzo ai campi con le spighe di grano salde tra le mani, lo sguardo verso l’orizzonte e la mano che stringe la semplice veste.
Dea dei campi, soprattutto nel loro aspetto di produttori di grano, e connessa con la plebe secondo la tradizione romana, Cerere viene generata da una pianta di grano come fosse il frutto della terra stessa, donandosi all’umanità intera stagione per stagione, nel corso dei secoli. A San Mauro Castelverde con la festa patronale più lunga delle Madonie Il grano e i suoi derivati, i semi, il fuoco e i prodotti manufatti simbolo di ricchezza si uniscono alle icone sacre.

Genius Loci in realtà aumentata

Il progetto non si propone soltanto di realizzare un’opera d’arte contemporanea, di sviluppare
un’applicazione di realtà aumentata, o di rivolgersi ad un flusso turistico, ma vuole evocare un sistema di
pratiche e saperi tradizionali come un’esperienza sensibile attraverso l’apparizione simbolica.
Si tratta di un’evocazione dai tratti sacrali, dove il termine va ricondotto al suo uso latino sacer, uno
spazio di sospensione dell’ordinario e del senso (come descrive l’antropologo Fabietti nel 2014) tramite
l’intervento di un simbolo. In questo senso appARizioni vuole mettere in pratica studi antropologici,
psicologici e sociologici che, da più di un secolo, riconoscono nella visione un mezzo per l’espressione di
un contesto culturale e sociale.
Le appARizioni sono quindi divinità digitali, che dal metaverso si presentificano nel territorio delle
Madonie. Le figure mitologiche subiscono una “trasformazione digitale”, mediante una serie di
“operazioni pictomatiche” che le dotano di nuovi significati.
Con l’utilizzo di questi «genius loci in realtà aumentata», che riprendono le antiche divinità greco romane
onnipresenti in Sicilia, si vuole da un lato indurre alla sbigottita sorpresa generata della forma inusuale e
incomprensibile, dall’altro accennare solennemente alle pratiche culturali che abitano le Madonie: la
transumanza, la raccolta della manna, la costruzione della furrizza, la «tuccata di lupi», la «cordella»….
appARizioni vuole quindi essere un’emergenza delle longeve narrazioni che gli abitanti dell’area
madonita incorporano nelle pratiche culturali che contraddistinguono la vita di ogni borgo.
Ogni pratica cullturale, caratterizzata dalla commistione tra l’uomo e natura, racchiude una prospettiva
antropica sul paesaggio, enigma immerso nella pratica tradizionale, che può essere reso saliente
nell’opera estetica.
Qui l’opera d’arte è intesa come un’apparizione, che scaturisce dal paesaggio come archetipo del
rapporto tra cultura e ambiente.

Madonie e antropologia digitale

La realtà aumentata è, in questo caso, da intendersi come una realtà virtuale diffusa. Più nello specifico, appare come un elemento virtuale inserito nel mondo non digitale. Questo inserimento crea un’ambiguità di base, dove la realtà “reale” e la realtà virtuale coesistono. Abbiamo deciso di adottare il nome appARizioni per indicare la somiglianza tra l’apparizione sacra e l’installazione in AR, basate sulla stessa ambiguità. Una visione va riportata al contesto sociale da cui è emersa, va raccontata per giustificarla alla comunità. L’antropologo Ugo Fabietti divide le visioni in due grandi categorie: le visioni performative, che spingono l’individuo ad agire conformemente all’interpretazione di quest’ultime, e le visioni esplicative, usate per spiegare l’origine di un comportamento (Fabietti, 2014, p.255). Nel caso del nostro intervento di realtà aumentata, si può parlare di visioni aumentate, ossia il frutto fantastico di pratiche etnograficamente situate. L’opera è un’apparizione di qualcosa di reale, deificata tramite le regole della Pictomatica.

Spesso l’oggetto di una visione sacra ha caratteristiche materiali. Il simbolo può quindi essere metafora attiva di una pratica agreste, artigianale e performativa. La realtà aumentata è la tecnologia che meglio si presta a creare l’illusione della materialità. Innestando un modello virtuale nel luogo, crea un’esperienza tra il reale e il surreale, evocando una sensazione simile alla visione sacra. Come il sacro nella visione, la realtà aumentata suggerisce la presenza nel reale. Il digitale, spesso indicato in antitesi alla realtà materiale, ne è in realtà parte (Heather A. Horst, Daniel Miller, 2012). È materiale nella sua composizione hardware, è situato nel nostro mondo quotidiano, ed è astratto soltanto poiché genera un’illusione di astrazione. Il digitale è quindi tanto presente nelle nostre vite materiali, quanto portatore dell’illusione dell’astratto.

In tal senso appArizioni vuole cavalcare questa peculiarità del mondo digitale, unendo, nel processo, arte e antropologia. Non è certo il primo esempio di tale pratica, l’utilizzo dell’arte da parte dell’antropologia e viceversa, è ormai parte della storia di entrambe le discipline. Per questa ragione, appArizioni può rientrare in quella che si definisce Design Anthropology. Lungi dall’essere il mero studio antropologico del design, è una branca dell’antropologia applicata, che vuole generare, attraverso il dialogo tra sapere antropologico e progettazione tecnica, nuovi prodotti per la società. La design anthropology dovrebbe essere pensata come una filosofia e una pratica per creare una vera partnership tra le parti interessate con l’obiettivo di progettare, essendo consapevoli del passato, ma cercando di trasformare il futuro. In questa lente prende forma appARizioni, in quanto eco del passato, rimodellato con un design contemporaneo, quale visione digitale di pratiche reali e materiali.